Potrebbe sembrare sorprendente, ma “Ribolla” è tra i nomi d’uva più cercati dagli italiani sul web. Da tempo ormai, questa varietà è diventata un vero e proprio trend tra gli appassionati di vino, e la sua fama digitale si riflette concretamente anche nei supermercati, dove le bottiglie con questa etichetta sono tra le più richieste e apprezzate dai consumatori.
La Ribolla Gialla, autentico tesoro autoctono radicato nel cuore del Friuli-Venezia Giulia, in particolare tra le province di Gorizia e Udine, ha trovato un interprete d’eccezione in Josko Gravner e nella sua omonima azienda a Oslavia, sulle colline goriziane. Qui, tra Italia e Slovenia, Gravner coltiva con dedizione una Ribolla lontana anni luce dalle interpretazioni della grande distribuzione, scegliendo invece la strada della tradizione e della ricerca della qualità.
Il legame tra Gravner e la Ribolla Gialla è ormai leggendario: i due nomi sono così interconnessi che quasi ci si dimentica che la cantina produce anche un vino rosso unico. Da qualche anno Mateja Gravner, figlia di Josko e ambasciatrice della cantina nel mondo, cerca di sfatare il mito che la famiglia sia dedita solo ai bianchi, un’idea alimentata da social e racconti parziali.
Con onestà, Mateja ammette questa narrazione sbilanciata e apre le porte alla storia del raro rosso di casa, protagonista di un incontro mattutino in cantina che ha ispirato il racconto che ora state leggendo.
Il rosso secondo Gravner: tra unicità e tradizione, solo Pignolo
Il Breg è il rosso simbolo di casa Gravner, ormai l’unico vino rosso che rappresenta il futuro dell’azienda. Etichette storiche come Rujno e Rosso Gravner — nate da varietà internazionali come Cabernet Sauvignon e Merlot — stanno gradualmente scomparendo, lasciando spazio quasi esclusivamente al Breg, prodotto da uve Pignolo, la sola rossa che Josko ha scelto di coltivare insieme alla Ribolla Gialla.
La lavorazione del Breg è lunga e meticolosa: fino al 2005 si fermentava sulle bucce in tini di legno, mentre dal 2006 la fermentazione avviene in anfore interrate, con lieviti spontanei e senza controllo della temperatura. L’affinamento prosegue per 5 anni in botti di rovere e almeno altri 5 in bottiglia. L’imbottigliamento avviene rigorosamente con luna calante, senza chiarifica né filtrazione, per preservare l’autenticità del vino.
Queste scelte, che ad altri potrebbero sembrare estreme, rappresentano per Gravner l’unica via sensata. Dopo il successo degli uvaggi internazionali negli anni ’90 e una visita illuminante nelle grandi cantine californiane, Josko ha deciso di tornare alle origini, puntando tutto sui vitigni autoctoni e sulle metodologie tradizionali: lunghe macerazioni e uso delle grandi anfore in terracotta, secondo l’antico metodo georgiano della regione di Kakheti, con radici che affondano in millenni di storia.
Nel rispetto dei cicli della natura, Gravner segue la “regola del 7”: così come il corpo umano si rinnova ogni sette anni, anche il vino necessita di un periodo di invecchiamento di sette anni — uno in anfora e sei in botte grande — per raggiungere complessità e armonia.
Pignolo: la scelta identitaria di Gravner
L’ultima annata disponibile è la 2007, frutto di 5 anni in botte e 9 in bottiglia. Anche le annate 2003, 2004, 2005 e 2006 fanno parte di questa piccola collezione, ma prima di addentrarci nella degustazione merita soffermarsi sul Pignolo, un vitigno friulano antichissimo, citato per la prima volta già nel Trecento e diffuso sulle colline di Rosazzo e provincia di Udine.
Nella zona di Oslavia il Pignolo non è riconosciuto né come DOC né come IGT, costringendo Gravner a etichettarlo come semplice vino da tavola. Vitigno delicato e sensibile all’oidio, il Pignolo era quasi scomparso nel XIX secolo, ma la scoperta di vecchi ceppi nell’Abbazia di Rosazzo ha permesso di recuperarlo. L’interesse di Gravner per questa tipologia nacque già negli anni ’80, anche grazie all’incoraggiamento del critico Luigi Veronelli, ma le prime barbatelle arrivarono solo nel decennio successivo.
Oggi sono ben 12.000 le viti di Pignolo allevate in azienda, con una produzione che varia tra le 1.200 e le 3.000 bottiglie a seconda delle annate. I 15 ettari della tenuta ospitano sempre più aree verdi — giardini, alberi, arbusti e stagni — per favorire un ecosistema che si rigenera e si arricchisce ogni anno, offrendo rifugio a flora e fauna locali. Nel vigneto Runk, dove crescono da sempre Ribolla e Pignolo, è nato il primo stagno naturale della zona, simbolo di questa rinascita ambientale.